it
image

Alberta Levi, scampata ai rastrellamenti del 1943: «Così mi salvai dai campi di concentramento»

Riportiamo l’intervista di  Fabio Isman   a Alberta Levi Temin – onorata socia della sezione Adei Wizo di Napoli – pubblicata su il Messaggero mobile

La prima scampanellata dei nazisti, «preferisco chiamarli così invece che tedeschi» dice Alberta Levi Temin, 94 anni portati magnificamente e una splendida signora «è stata la notte tra l’8 e il 9 ottobre 1943, a Ferrara dove vivevamo: un questurino italiano e un soldato germanico cercavano il nonno Tullio Ravenna, morto da 22 anni; mettono a soqquadro la casa, perlustrandola tutta. Quel rumore delle scarpe chiodate io lo sento ancora». Quella notte, presero 22 persone. Due giorni dopo, è Kippur: una delle massime feste ebraiche. Compiuto il digiuno, «spiego che dobbiamo partire tutti. Papà tentennava, diceva: cercano solo i maschi da 20 a 30 anni».

IL 16 OTTOBRE
Lei racconta quanto indirettamente aveva saputo da un prete: «A Vienna, i nazisti avevano preso 40 ragazze ebree; le avevano offerte in premio a un reparto di SS, e l’indomani uccise». Il padre prende il cappello, e esce. La madre la rimprovera per la durezza: «Allora, le ragazze, io avevo 24 anni, di certe cose non parlavano». Papà torna, ma con i biglietti del treno. Fino ad Arezzo, per non lasciare tracce; «il supplemento per Roma l’abbiamo pagato in treno. Niente valige per non destare sospetti». Era il giorno 13. A Roma, stavano gli zii, che da tempo li reclamavano; il Po non era più sicuro. Nemmeno preavvisati. Via Flaminia, 21. Una stanza e un lettone, per Alberta, la sorella Piera, la madre. Papà va altrove: lo aiuta un commilitone della Prima guerra.
«Il 16 mattina, scampanellata. Prima che finisse il coprifuoco: non possono che essere i nazisti. Ma il rumore delle loro scarpe chiodate non potevo sentirlo di nuovo. La zia apre, urla: sono tedeschi». In camicia da notte, «esco sul balcone; mia madre chiude la porta finestra. Sentivo le voci: Komm, Komm, andiamo; mia zia Alba: no, non prendo la pelliccia, non andiamo mica a teatro. I nazisti erano due; ma da quanto urlavano, io credevo che fossero dieci».

IL VALZER
«Ero pietrificata. A un certo punto, l’altra porta del balcone, che dà sulla cucina, si apre appena appena; uno spiraglio; vedo una scarpa da uomo; li sento andar via e la porta d’ingresso chiudersi a chiave. Dopo, saprò che quel piede era di Giorgio, cugino amatissimo, finito a Auschwitz con i suoi: mi aveva aperto la porta, per non farmi restare in trappola». Di lui, le resta un’immagine: l’ultima cena non è solo quella di Leonardo a Milano. «La sera del 15, dopo mangiato, lui, al piano, suona un valzer di Chopin».

IL SALVATAGGIO
Da quella fessura sul balcone, lei rientra. «Mamma aveva lasciato a terra il volantino con cui i nazisti impartivano gli ordini: ho capito. Trovo le chiavi. Esco di soppiatto. Si apre la porta di fronte: il barone Sava aveva visto. Mi fa entrare. Falsifica i miei documenti, e da Levi divento Levigati. Mi fa telefonare a papà. Non spiego: gli dico soltanto esci e ci vediamo». I genitori e gli zii finiscono sul Lungotevere, Palazzo Salviati. «Gli zii dicono a mamma: a Roma nessuno ti conosce, non sei nelle liste degli ebrei, fingetevi cattolici senza documenti. Una voce indica: chi è cattolico vada nell’altro stanzone. Ma altri avvisa: se un ebreo prova a fuggire, 10 saranno uccisi. Mamma non ce la fa. Un’altra voce: i cattolici di nozze miste nell’altro stanzone. Mamma si decide. Intanto, ha già fatto uscire un biglietto per noi: ce l’ho ancora».
Mamma e sorella se ne vanno. Mancava un’ora al coprifuoco; unico indirizzo noto, quello del compagno d’armi del padre. «Sentiamo suonare; l’amico di papà, Di Santolo, ci aveva mostrato un soppalco in cucina: se qualcuno avesse suonato, dovevamo nasconderci. Lo facciamo. La voce dell’amico urla: sono la mamma e Bruna, che poi è diventata suocera di Amos Luzzatto».

NELLE SCUOLE
Tempi difficili. Documenti falsi. «Diventiamo la famiglia Nanni: ecco la carta d’identità». La pensione Patrizia è accanto alla scalinata di Piazza di Spagna: «Costava poco, non avevamo soldi». C’era un perché: mal frequentata, dice così: «due giorni dopo, una ragazza grida: c’è la polizia». Finisce la guerra; Alberta ritrova un ebreo ferrarese emigrato a Napoli, Fabio Temin. Le aveva già «fatto la corte», «ma io pensavo a una cosa combinata, e mi ero ritratta». Sono stati insieme 57 anni: cinque figli, 12 nipoti e 23 pronipoti come prova lampante che Hitler ha fallito. «Di queste cose, a lungo ho taciuto. I miei figli le hanno sapute già da grandi»: troppa pena a ricordarle, anche se «non odio nessuno».
Poi, ha cominciato a spiegarle nelle scuole: «Da quando esiste il negazionismo storico: prima, ce li hanno massacrati, ora li vogliono cancellare». L’ultimo anno, ben 19 incontri; «non voglio nemmeno i fiori, facciano beneficenza; ma devono venirmi a prendere»: nella splendida casa di Napoli, un panorama da spezzare il fiato, davanti c’è Capri: «Sento il tempo, mi accorgo che i figli invecchiano».
Era giusto 70 anni fa: la peggior tragedia italiana della Shoah, vituperio di Roma. «Penso ai troppi che ho perso. Essendomi salvata, mi sono sempre voluta occupare di cose sociali, ma da ebrea. Talora ho paura; mi chiedo: perché devo rivedere quelli lì? Vanno educati i ragazzi; ci sono ancora i diversi, di ogni tipo. Soltanto quando non ne esisteranno più, finiranno anche le guerre».